Cenni storici sul movimento cooperativo
Prime
forme di cooperazione
Il movimento cooperativo, come lo consideriamo oggi, sorse
e iniziò ad affermarsi in Europa contemporaneamente
allo sviluppo e all’organizzazione dell’economia
agricola, industriale, terziaria moderne.
Esso tuttavia presenta analogie con fenomeni sociali più
lontani nel tempo, come le corporazioni di epoca imperiale
romana e, con maggiore sviluppo e significatività,
quelle medioevali, in particolare dell’età dei
comuni. Ha, tuttavia, nella sua forma moderna, una caratteristica
distintiva, peculiare di un importante momento storico: tale
caratteristica è rappresentata dal legame con lo sviluppo
del movimento dei lavoratori nel quadro della crescita della
produzione e degli scambi, dalla prima rivoluzione industriale
in poi. Dar vita, da parte di lavoratori e di ceti produttivi,
a imprese economiche in forma associativa – la possibilità,
dunque, di porre alla base dell’iniziativa economica
il "co-operare", inteso anche come "fare con",
con una particolare attenzione all’aspetto istituzionale
e al diritto dell’altro – è fin dall’inizio
non tanto una scelta difensiva e conservatrice, come alcuni
sostengono oggi e come poteva prospettarsi per quanto riguardava
le corporazioni, con le quali i produttori dei diversi settori
e le categorie professionali difendevano le rispettive quote
di mercato, le loro esclusività e i loro privilegi,
bensì una decisione attiva e fiduciosa della possibilità
di divenire protagonisti della crescita dell’economia
e della produzione della ricchezza, con un particolare riguardo
solidaristico nei confronti della comunità e del territorio
in cui si trovavano a operare.
Sicuramente, già nell’epoca medioevale si erano
manifestate forme spontanee di cooperative che si distinguevano,
per struttura associativa e per finalità, dalle corporazioni.
Ne sorsero, in particolare, in Olanda, anche come dispositivi
di forza per le popolazioni che si dovevano difendere dalle
inondazioni del mare e dalle frequenti invasioni di eserciti
stranieri. Durante il diciottesimo secolo, alcuni esempi di
cooperazione sono presenti in Inghilterra, in Scozia, in Francia
ed in particolar modo in Svizzera, dove nel 1770 si costituisce
la prima forma istituzionale organizzata di cooperazione:
la cooperativa commerciale “Società cooperativa
frumentaria Herisan”, che provvedeva all’acquisto
dei cereali per la panificazione.
Nascita
delle forme moderne di cooperazione in Europa
La
nascita della moderna cooperazione viene notoriamente fatta
risalire al 24 ottobre 1844 con la fondazione, in Inghilterra,
della cooperativa di Rochdale una località a nord di
Manchester che svolgeva attività nel settore tessile.
I famosi “probi pionieri” ("equitable pioneers"),
come vennero definiti questi cooperatori, progettarono e avviarono
una serie di attività differenti dalle forme di impresa
privata o statale basate sul lucro, allora in auge pressoché
esclusiva, sostituendole con altre, che privilegiavano il
lavoro, la solidarietà, il reinvestimenti di gran parte
degli utili per attività di promozione sociale ed economica
del territorio e della “comunità”.
Nel 1844, dunque, 28 tessitori inglesi del Lancashire codificarono
per la prima volta i principi basilari della Cooperazione,
che da allora furono indicati (in onore della loro cooperativa,
la "Rochdale Equitable Pioneer’s Society")
come "Principi di Rochdale".
I
principi fondamentali dei Probi Pionieri erano sette, e precisamente:
-
adesione volontaria dei soci;
- libera elezione, da parte di tutti i soci, degli organi
direttivi ed amministrativi della società cooperativa
(il cosiddetto "controllo democratico");
- pratica del cosiddetto "ristorno", o distribuzione
degli utili ai soci in proporzione alle transazioni con la
cooperativa (acquisti, conferimenti, prestazioni lavorative)
effettuate da ciascuno di essi;
- interesse limitato alle quote sociali;
- vendita per contanti;
- neutralità politica e religiosa;
- sviluppo dell’educazione cooperativa.
Lo
scopo iniziale, poi sviluppatosi e articolatosi nelle differenti
forme di cooperazione, era quello di fornire ai soci lavoratori
materie prime e generi di prima necessità a prezzi
non gravati dalla speculazione commerciale. I soci fondatori
di quella storica cooperativa (che esiste e opera ancora oggi)
sono ricordati col nome di "probi pionieri" perché
il loro merito principale fu nell’avere introdotto principi
etici che contemporaneamente divenivano condizione per nuove
forme di approvvigionamento e di produzione, che avrebbero
trovato la forma istituzionale più appropriata nella
società cooperativa. Il punto economicamente più
rappresentativo di questo nuovo sistema era costituito dalla
vendita, dunque anche dall’acquisto, di generi e prodotti
non più a prezzo di costo, ma a prezzo di mercato,
quindi comprendenti pur sempre una quota di utile commerciale,
da distribuirsi fra i soci a fine anno in proporzione agli
acquisti effettuati da ciascuno di essi presso la cooperativa,
conservando tuttavia una quota per le finalità sociali.
Questo criterio di distribuzione degli utili, detto "ristorno",
consentì di dare maggiore solidità e coesione
alle cooperative, rendendole in grado di proseguire nel tempo.
La loro direzione, conduzione e gestione non si affidavaalla
sola “buona volontà”, ma faceva leva anche
sull’interesse e sul diritto al benessere dei soci.
I famosi "principi di Rochdale" costituiranno da
allora in poi il punto di riferimento non solo ideale dell’economia
cooperativa.
Dal 1844 in poi, la cooperazione di consumo ebbe un forte
sviluppo nell’Inghilterra industriale (nel 1891 superò
il milione di soci) e ha sempre costituito, fino ai giorni
nostri, il settore trainante e il dell’intero movimento
cooperativo britannico. Nel 1864 venne costituita, a Manchester,
la “Cooperative Wholesale Society”, un consorzio
di 56 cooperative di consumo che contavano 18.337 soci. Nel
1868, un’analoga struttura consortile sorse in Scozia,
a Glasgow, raggruppando 57 cooperative.
Attorno alla cooperazione di consumo, e sempre restandole
legati, si svilupparono nel Regno Unito i settori cooperativi
del credito e della produzione. Fra i promotori della cooperazione
inglese vanno ricordati Robert Owen, industriale filantropo,
e il cosiddetto “movimento cartista”. La vicenda
del movimento cooperativo britannico si intreccerà,
nel Novecento, con quella del movimento sindacale e con quella
del laburismo. Esiste tuttora, all’interno del Labour,
un "partito cooperativo" in grado di eleggere un
certo numero di deputati alla Camera dei Comuni.
In Francia le prime esperienze cooperative si collegarono
sia alle formulazioni dei "socialisti utopisti"
(Saint-Simon, Fourier, Proudhon), sia alle iniziative sorte
in occasione della rivoluzione del 1848, soprattutto per impulso
di Louis Blanc, con la creazione degli "Ateliers Nationaux"
("Officine Nazionali"), fabbriche pubbliche istituite
per garantire lavoro ai ceti più disagiati, e soprattutto
con il sostegno della Repubblica alle cooperative operaie,
mediante un fondo di 3 milioni di franchi e norme di accesso
preferenziale agli appalti pubblici. Alla fine del 1849 si
conteranno a Parigi ben 255 cooperative operaie di produzione.
Il modello cooperativo francese si differenzia dunque da quello
britannico per la presenza forte e autonoma della cooperazione
di produzione, finalizzata alla garanzia dell’occupazione
dei soci-operai e spesso sostenuta da politiche pubbliche.
Nel 1864 fu creata la Camera Consultiva delle Cooperative.
Nel 1893 nacque la Banca Cooperativa delle Società
Operaie di Produzione. Lo stesso Napoleone III emise un provvedimento
di sostegno alle cooperative di produzione.
L’importanza della cooperazione di produzione a base
lavorativa prevalentemente operaia non impedì tuttavia
lo sviluppo di quella di consumo (la prima cooperativa francese
di questo tipo nasce a Lille nel 1848), e più tardi
della cooperazione agricola e del credito agrario. Nel 1860
sorse la Banca Centrale di Credito Agricolo, mentre al passaggio
tra i due secoli si svilupparono le Casse di credito agricolo
mutuo, prima locali, poi regionali.
Fra i maggiori promotori della cooperazione in Francia va
ricordato Charles Gide, teorico della "repubblica cooperativa"
destinata a regolare l’intera economia e promotore nel
1912 del "patto di unità", sulla cui base
la cooperazione francese si diede un’organizzazione
di tipo più solidale, superando le precedenti divisioni.
In Germania il ruolo trainante nella nascita e nello sviluppo
dell’economia cooperativa è svolto dalla cooperazione
di credito. Nel 1840, ad Anhausen, Friedrich Wilhelm Raiffeisen
fonda la prima Cassa rurale di ispirazione cattolica. Questo
tipo di banca cooperativa prenderà senz’altro,
nei Paesi di lingua tedesca, il nome di "cassa Raiffeisen",
e si chiamerà Banca Tedesca Raiffeisen l’Istituto
centrale di credito fondato nel 1876.
Dalle Casse rurali sarà poi promossa la cooperazione
agricola di ispirazione cattolica. Ai primi del Novecento
nascerà anche, per iniziativa di Wilhelm Hesse, l’Unione
nazionale delle cooperative agricole tedesche, di ispirazione,
questa, non confessionale.
La cooperazione di credito ha il primato, nello sviluppo del
movimento cooperativo in Germania, anche al di fuori del mondo
agricolo. Nel 1850, per iniziativa di Hermann Schulze-Delitzsch,
nasce la prima Banca popolare. Dalle Banche popolari, operanti,
queste, in territori urbani, sarà promossa anche la
cooperazione di consumo.
Nascita
delle forme moderne di cooperazione in Italia
La
storia della cooperazione in Italia corre parallela alla vicenda
economica, sociale, culturale e politica della nazione.
La nascita della prima cooperativa (Torino, 1854) precede
di sette anni la formazione del Regno d’Italia, che
avverrà nel 1861, dopo l’annessione del Mezzogiorno
all’Italia centro-settentrionale, anch’essa appena
unificata, ad esclusione di Roma e delle Venezie, sotto la
monarchia sabauda.
Il movimento cooperativo italiano ebbe dunque origine cronologica
in quel Regno di Sardegna che aveva svolto un ruolo trainante,
anche se in molte occasioni discutibile, nel processo della
cosiddetta unificazione nazionale.
Tuttavia, in Italia, le prime idee cooperative si trovavano
nel progetto di unità teorizzato da Giuseppe Mazzini,
che fin dal 1836 aveva posto il lavoro al centro dello sviluppo
economico, sociale e morale.
L’Italia dell’Ottocento non sceglierà tuttavia
uno solo dei tre modelli offerti dall’esperienza della
cooperazione europea: né quello inglese dominato dalla
cooperazione di consumo, né quello francese che si
caratterizzava per il primato della cooperazione operaia di
produzione, né quello tedesco dove le cooperative di
credito svolgeva il ruolo principale. Lo sviluppo della cooperazione
nel nostro Paese fonderà caratteristiche proprie di
tutti e tre i modelli, tuttavia con caratteristiche sociali
e di battaglia particolarmente pronunciate. In Italia, infatti,
la cooperazione ebbe origini comuni con altre due forme di
organizzazione del mondo del lavoro: la mutualità e
il sindacato.
La nascita delle prime cooperative è dunque connessa
all’esperienza della “mutualità”,
come vi si legherà più tardi anche quella dei
primi organismi di "rappresentanza e resistenza",
cioè i sindacati. L’idea di dar vita, da parte
di lavoratori, a una vera e propria azienda qual è
la cooperativa, si presenta come un prolungamento e un potenziamento
dello strumento mutualistico: un mezzo più attivo e
dinamico per far valere i propri interessi in una società
e in un mercato spesso visti come ostili, ma anche per divenire,
a loro volta, protagonisti e imprenditori.
I ceti operai, formatisi in seguito al primo sviluppo industriale
moderno, crearono con le Società di Mutuo Soccorso
i primi strumenti di difesa economica della proprie condizioni
di vita e, con le cooperative, nuovi dispositivi di lavoro,
di produzione e di guadagno con peculiarità imprenditoriali
anche per il futuro delle loro famiglie e dei loro figli.
Le prime forme associative conosciute sono le “società
di mutuo soccorso”, nate per sopperire alla carenza
di legislazione previdenziale e sociale a tutela dei lavoratori,
in particolare di quelli dipendenti. Queste organizzazioni
nacquero direttamente sui posti di lavoro e si suddivisero
per professionalità e per mestieri.
Gli aderenti versavano una quota mensile che costituiva un
fondo comune a cui veniva attinto per erogare sussidi di vario
genere in base a quanto previsto dai differenti statuti sociali.
Le società di mutuo soccorso, infatti, avevano lo scopo
di coprire i rischi in cui potevano incorrere i soci (malattie,
disoccupazione, necessità impreviste) ripartendone
preventivamente i danni mediante la costituzione del fondo
comune formato dalle quote associative.
Prima del 1850 esistevano in tutta Italia 48 Società
di Mutuo Soccorso, delle quali 17 in Piemonte (in Lombardia
e i Toscana erano 4, in Veneto 9, in Emilia 7). Dal 1850 1l
1860 ne furono costituite, in tutt’Italia, 158: di queste
ben 98 in Piemonte, 9 in Liguria, 2 in Sardegna (27 in Lombardia,
7 in Veneto, 6 in Emilia e in Toscana). Alla vigilia dell’Unità
le SMS erano 206 in tutto il Paese, delle quali 115 in Piemonte
(55,8%).
Accanto a questi scopi iniziali di previdenza sociale si avviarono
iniziative collaterali nel campo del consumo, con l’apertura
di spacci alimentari, dove venivano venduti a prezzo di costo
generi di prima necessità, con lo scopo di difendere
il potere di acquisto del salario da intenti di sola speculazione
commerciale.
Le Società di Mutuo Soccorso avranno dunque uno scopo
prevalente di assistenza in situazioni di emergenza, basata
sulla prevenzione economica e la mutualità.
Il sindacato, invece, diventerà un dispositivo di contrattazione
collettiva con una controparte economica.
La cooperazione, infine, finalizzerà l’unione
di soci alla promozione di attività economiche. Apertura
di negozi di generi di prima necessità per garantirsi
acquisti più a buon mercato, di cantieri in cui occupare
le proprie capacità di lavoro per assicurarsi occupazione
e reddito, di dispositivi commerciali per comperare in comune
attrezzature e sementi per la propria attività agricola
o per procurarsi abitazioni a condizioni più vantaggiose.
La trasposizione di tutto questo in impresa è ciò
che rende inconfondibile la scelta cooperativa, e rappresenta
indubbiamente il suo contributo specifico alla costruzione
di quella che verrà chiamata “democrazia economica
e sociale”, nel mantenimento, di diritto e di fatto,
del dispositivo imprenditoriale.
Una vicenda più che secolare ha intrecciato e talvolta
diviso le sorti di cooperazione, mutualità e sindacato.
La mutualità è divenuta un valore condiviso
quasi dall’intera società, fino a essere assunta
dagli Stati come funzione propria, sotto forma di previdenza
sociale pubblica, dalle pensioni alla sanità, e integrata,
oggi, nel sistema del welfare. Il sindacato, da parte sua,
si è affermato come dispositivo contrattuale nei confronti
non solo dei datori di lavoro, ma anche, soprattutto oggi,
dei governi. La pratica della "concertazione", per
molti aspetti derivata dalla pratica politica dell’antico
“spirito di Rochdale”, ne ha fatto, negli ultimi
anni, insieme ad alcuni governi e alle organizzazioni degl’imprenditori,
un protagonista delle più importanti scelte economiche
di numerosi Paesi europei.
L’esperienza della cooperazione in senso stretto, pur
essendo cresciuta in misura a volte notevole, e pur avendo
dimostrato di sapersi adattare alle condizioni istituzionali
ed economico-sociali più diverse, in Italia, a parte
poche regioni, è tuttavia rimasta limitata a una sfera
minoritaria della società e dello stesso mondo del
lavoro, e pare un’opportunità non pienamente
colta. Oggi, indubbiamente, le prospettive più rilevanti
stanno venendo dalla cooperazione sociale.
Alcuni
esempi
È
esemplare, a tale proposito, l’esperienza del cosiddetto
“magazzino di previdenza”, creato nel 1854 dalla
“Società degli Operai” di Torino, che può
considerarsi la prima esperienza italiana di vera e propria
cooperativa, sorta per iniziativa dell’Associazione
Generale degli Operai, una società di mutuo soccorso
già operante da anni in città, così come
altre associazioni di categoria. Alcune di esse provvedevano
già alla distribuzione tra i soci di generi di prima
necessità a prezzo di costo.
La prima cooperativa di produzione italiana nacque il 24 dicembre
1856 ad Altare (Savona), con la denominazione di “Associazione
artistico vetraia”, su iniziativa del medico Giuseppe
Cesio. La crearono insieme a questi, 84 artigiani del vetro
del piccolo centro ligure, che la concorrenza della grande
industria di Genova e Torino poneva sempre più a rischio
di disoccupazione. Se il "Magazzino" torinese aveva
tratto origine dalla preesistente attività della mutua
operaia, la cooperativa dei vetrai di Altare provvide essa
stessa a dotare i propri soci di una cassa pensioni e di una
società di mutuo soccorso.
Il movimento cooperativo e quello mutualistico, nelle loro
varie forme, hanno trovato nel Friuli e nella Venezia Giulia,
sin dall’inizio, condizioni, anche dettate dalla necessità,
particolarmentefavorevoli.
Parlare di storia della cooperazione friulana significa pertanto
parlare di una forma associativa dai connotati molto definiti.
Nel territorio friulano la cooperazione fu il risultato dell’integrazione
tra persone che avvertivano l’esigenza di lavorare e
produrre ricchezza solidalmente, assieme, in un contesto di
vita non facile, in una terra colpita spesso da calamità
sia naturali sia belliche.
La nascita della cooperazione in Friuli può essere
collocata nel decennio 1880-1890. Risalgono infatti a tale
epoca le date di costituzione delle prime forme associative.
Nel 1880 fu fondata la prima “Latteria sociale”
a Collina di Forni Avoltri, nel 1884 la prima “Cassa
rurale” a Pravisdomini e il primo “Forno Rurale”
di Remanzacco. Nel 1885 sorse il “Circolo agrario”
di Pozzuolo del Friuli e nel 1890 la Cooperativa di consumo
fra agenti ferroviari ed impiegati degli impianti di Udine.
Queste prime esperienze diventarono un fermento di iniziative,
come si apprende dalla “Relazione Mantica” del
1894/1898, preparata per conto della Commissione per la Cooperazione
dell’Associazione Agraria Friulana, per far conoscere
l’opera svolta dal sodalizio durante quindici anni di
attività e per contribuire a rimuovere remore e ostacoli
che si opponevano al rinnovamento dell’agricoltura friulana
e al miglioramento delle condizioni di lavoro dei lavoratori
rurali.
Sin dal 1896, nella realtà friulana d’allora,
risultavano attivate complessivamente 260 società cooperative.
Le origini della cooperazione nel Friuli orientale e nell’Isontino,
ancora sotto il governo dell’Austria, vanno riferite
sia all’impulso del mondo cattolico, forte come in pochi
altri territori.
Queste tendenze risultarono efficaci anche sugli ambienti
triestini, anche se a Trieste lo sviluppo della cooperazione
fu molto più collegato alla realtà urbana, con
connotazioni ben diverse, ispirate da un movimento operaio
organizzato prima di ispirazione mazziniana e poi socialista,
alla fine dell’800 molto forte a Trieste, allora territorio
austriaco. Risale al 1896 la fondazione della “Società
Operaia Triestina con Mutuo Soccorso Cooperativo”, sodalizio
aperto a tutte le categorie di lavoratori per l’esercizio
cooperativo della produzione e del consumo.
Nel 1903 venne approvato lo statuto delle Cooperative Operaie
di Trieste che in seguito muterà la sua denominazione
estendendo la sua attività in Istria e nel Friuli.
La prima guerra mondiale mutò la composizione dell’assetto
cooperativo regionale sino a quando, con l’avvento del
fascismo, le istituzioni cooperative vennero messe al bando,
chiudendone sedi e attività e distruggendone, con gli
archivi, gran parte della memoria.
Un’altra regione in cui il movimento cooperativo si
affermò con particolare efficacia fu l’Emilia
Romagna, con la peculiarità di favorire la promozione
dell’istruzione e l’ampliarsi dei diritti civili
e politici. Cosa che porterà a una lunga e durissima
stagione di scontri politici con l’avvento del fascismo,
anche se, a differenza del Friuli e del Veneto, la rete cooperativa
riuscì a sussistere negli anni.
La prima Società Operaia di Mutuo Soccorso nacque a
Bologna nel 1860, con lo scopo di tutelare l'occupazione,
il diritto all'istruzione, il diritto allo sciopero e quello
al suffragio universale.
Nel 1888 Bologna ospitò il 2° Congresso della Federazione
delle Società Cooperative Italiane (il primo si era
svolto due anni prima a Milano).
Gli ultimi anni dell’800 e i primi del ‘900 furono
anni di grande espansione del movimento. A Bologna continuavano
a sorgere nuove cooperative nei più svariati settori
dell'economia: cooperative di ceramisti, di fornai, di operai,
cooperative agricole come quelle di Malalbergo e Medicina
che applicavano autonomamente l'assicurazione contro gli infortuni
sul lavoro, cooperative di consumo e per le case popolari.
Nel 1921 la Lega, prima in Italia e ai primi posti in Europa,
arrivò a contare 3600 cooperative di consumo e 2700
cooperative di produzione e lavoro.
Nel primo semestre del 1921 cominciò l’offensiva
sistematica del fascismo contro le cooperative.
Nel 1926 il governo sciolse, oltre ai partiti e ai giornali
di opposizione, gran parte delle cooperative rimaste, e fondò
l'Ente Nazionale Fascista della Cooperazione, un organismo
centralizzato.
Nel 1947 l'assemblea Costituente votò l'articolo 45
della Costituzione, che riconosce di diritto l’esistenza
e il valore della cooperazione: “La Repubblica riconosce
la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità
e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove
e favorisce l'incremento con i mezzi più idonei e ne
assicura con gli opportuni controlli il carattere e le finalità”.
Da allora, è stato un susseguirsi di leggi, come si
può consultare nel settore “Legislazione”
del nostro sito.
Con lo sviluppo degli anni '60, la cooperazione conobbe il
suo secondo grande momento di sviluppo, che lo accomunò
a quello più generale, della grande e media industria
e a quello economico e sociale dell’Italia.
Nel
1962 il Congresso della Lega Nazionale delle Cooperative sancì
per la prima volta, ufficialmente ed esplicitamente, la scelta
della completa autonomia della cooperazione dai partiti.
Il periodo che va dall’inizio degli anni ’70 ad
oggi è un periodo di “razionalizzazione e ristrutturazione”,
come viene chiamato, economica e produttiva anche per il mondo
cooperativo; in realtà, è un momento di difficoltà,
con qualche questione legata anche all’identità
e alla progettualità.
Si accenna sempre più spesso, non sempre con precisione,
alla “globalizzazione dei mercati” e alla cosiddetta
“competizione planetaria”, cui le piccole strutture
cooperative sembrerebbero inadeguate. Forse è anche
una questione d’ideali, di spirito di mission che non
si avverte più come nell’800 o nei periodi più
difficili della storia.
Indubbiamente, la Legge sulla Cooperazione Sociale, la 381
del 1991, e quelle seguenti collegate, hanno apportato elementi
di novità, non solamente insostituibili nella prospettiva
dell’instaurazione di un sistema di welfare plurale,
ma anche in quanto portatrici di valori di solidarietà
ed efficacia, anche imprenditoriale, condivisibili da molti,
soprattutto dai giovani.
A
cura di Carlo Marchetti
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