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Cooperativa Sociale
Sanitas Atque Salus a.r.l.
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27/03/2007

Allarme dispersione: l'Europa "boccia" il sistema scolastico italiano. Lasciano la scuola 500mila ragazzi all'anno
Il ministero della Pubblica istruzione presenta i dati del fenomeno. Quasi un milione di studenti non va oltre la licenza media. "Ripercussioni sullo sviluppo"

Troppi giovani che abbandonano la scuola in Italia. Sono quasi un milione i ragazzi del nostro paese in possesso della sola licenza media e quasi mezzo milione i cosiddetti "dispersi" che la scuola genera ogni anno. Sono sufficienti solo questi due dati per collocare i giovani italiani agli ultimi posti in Europa. È il Ministero della Pubblica istruzione a fornire i numeri che possono aiutare a spiegare sia le crescenti difficoltà di inserimento lavorativo di tantissimi ragazzi sia le difficoltà di una economia che stenta perennemente a spiccare il volo.

Gli "early school leavers". Si tratta di coloro che si sono congedati un po' troppo presto dalla scuola. In Italia, nel 2006, se ne contavano ben 890 mila: ragazzi di età compresa fra i 18 e i 24 anni — pari al 20,6 per cento del totale di quella fascia — in possesso della sola licenza media e che non partecipano a nessuna forma di educazione o formazione. Insomma, giovani usciti definitivamente dai circuiti formativi. Così, l'obiettivo di scendere al di sotto del 10 per cento appare al momento lontanissimo. Anche perché la dispersione scolastica continua ad essere molto elevata.

Sono, infatti, quasi mezzo milione gli alunni italiani che, ogni anno, interrompono gli studi o vanno incontro ad una bocciatura. I dati sul preoccupante bilancio della dispersione scolastica in Italia, parzialmente anticipati da Repubblica.it nei mesi scorsi, ora sono ufficiali. La conferma arriva da viale Trastevere che ha pubblicato il dossier dal titolo "La dispersione scolastica: indicatori di base per l'analisi del fenomeno". Un fenomeno che al Paese incide per circa 3 miliardi di euro l'anno di costi diretti e una cifra non quantificabile di costi indiretti che possono essere molto pesanti. Parola del Commissario europeo per l'istruzione, la formazione, la cultura e il multilinguismo, Ján Figel, che avverte: "Sistemi d'istruzione e di formazione efficienti possono avere un notevole impatto positivo sulla nostra economia e società ma le disuguaglianze nell'istruzione e nella formazione hanno consistenti costi occulti che raramente appaiono nei sistemi di contabilità pubblica. Se dimentichiamo la dimensione sociale dell'istruzione e della formazione, rischiamo di incorrere in seguito in notevoli spese riparative".

La dispersione. Bastano pochi numeri per collocare l'Italia ai primi posti in Europa. Nell'anno scolastico 2004/2005 sono stati 342 mila gli alunni (di cui 289 mila al superiore) andati incontro ad una bocciatura. In più, 100 mila tra ragazzini della scuola media e studenti delle superiori dopo essersi iscritti a scuola si sono ritirati, in molti casi, senza comunicare niente a nessuno. Con questi numeri il nostro Paese è ancora lontanissimo dall'obiettivo stabilito a Lisbona nel 2000: avere al massimo il 10 per cento di ragazzi tra i 18 e i 24 anni con la sola licenza di scuola media. L'Italia nel 2006, dopo qualche progresso, ha registrato il 20,6 per cento. Siamo preceduti solo da Spagna e Portogallo. La media Ue cala al 14, 9 per cento, mentre Finlandia e Danimarca sono già al di sotto del 10 per cento e Francia, Germania, Olanda, Regno Unito e Grecia sono vicini all'obiettivo di Lisbona. Enorme anche il numero dei ragazzi promossi con debito al superiore (gli ex rimandati): quasi un milione.

Le "sfumature". La dispersione scolastica è più alta nei primi anni delle scuola media e delle superiori. In particolar modo nelle prime classi degli istituti professionali, dove i tassi di bocciatura raggiungono livelli stratosferici: 42 per cento. Ma è soprattutto il tutte le regioni meridionali che si annida la dispersione con valori superiori alle medie nazionali anche del 30 per cento. Segno che il fenomeno è legato anche ad aspetti economici e sociali con alunne mediamente più brave dei compagni maschi.

L'insuccesso scolastico. Il bilancio del fallimento scolastico è in realtà più pesante di quello descritto dalle statistiche di viale Trastevere. Ai bocciati e ritirati basta sommare gli evasori totali per superare il mezzo milione di alunni e se nella scuola secondaria di secondo grado si aggiungono i promossi con debito l'insuccesso colpisce più di metà degli studenti.


26/03/2007

Condizioni di Salute, fattori di rischio e ricorso ai servizi sanitari

Donne; non autosufficienza; Sud; malattie croniche. Sono queste le emergenze salute per il nostro Paese sulla base dei risultati dell'indagine multiscopo realizzata dall'Istat "Pianeta sanità, condizioni di salute dei cittadini e ricorso ai servizi sanitari", in convenzione con il Ministro della Salute e le Regioni. Con l'indagine l'Istat rileva presso i cittadini informazioni sullo stato di salute, il ricorso ai principali servizi sanitari, alcuni fattori di rischio per la salute e i comportamenti di prevenzione. Questi alcuni dei risultati che emergono dall'indagine. Il 61,3% delle persone di 14 anni e più ha riferito di stare "bene" o "molto bene". Le donne si sentono peggio (8,3% contro 5,1%) e lo svantaggio femminile si accentua fra le anziane, anche a causa della maggiore diffusione di patologie croniche. Il 10,3% delle famiglie ha almeno un componente con problemi di disabilità. Il Sud e le Isole presentano tassi più elevati per patologie croniche "gravi" e la disabilità. Sono le persone di status sociale basso a presentare peggiori condizioni di salute. L'Italia è ai livelli più bassi in Europa per l'obesità degli adulti, ma la quota di obesi è in crescita. Gli adolescenti e i giovani iniziano a fumare più precocemente di cinque anni fa. Un terzo della popolazione è soddisfatto del Servizio Sanitario Pubblico, il 43,4% dà una valutazione intermedia, il 17,2% esprime insoddisfazione.


26/03/2007

Italiani, sempre di più e sempre più vecchi

Resi pubblici i dati Istat per il 2006. Siamo quasi a quota 59 milioni, per merito degli immigrati. Ma gli ultra 65 sono più del 20%. E gli under 14 solo il 14%.

E sempre più vecchi. Questo il profilo della popolazione italiana uscita dalle stime dell'Istat, rese pubbliche oggi. La crescita totale della popolazione, data dalla somma delle componenti del saldo naturale (0,1 per mille) e del saldo migratorio (3,9 per mille), è dunque stimata positiva anche per il 2006 e dipende quasi per intero dalla dinamica migratoria. Nel corso del 2006 la popolazione residente sul territorio nazionale cresce di oltre 235 mila unità, pari a 4,0 per mille abitanti, avvicinando molto la soglia dei 59 milioni di abitanti.

Sul fronte dell'invecchiamento, a metà del 2006 gli individui con 65 anni e piu' rappresentano il 20% della popolazione (erano il 17% nel 1996), mentre i minorenni sono soltanto il 17% (18% nel 1996). I giovani fino a 14 anni sono il 14% (15% nel 1996), la popolazione in età attiva, 15-64 anni, è pari ai due terzi del totale (68% nel 1996). Mentre l'età media della popolazione sfiora i 43 anni, aumentando di due anni rispetto al 1996, il rapporto tra le vecchie e le giovani generazioni raggiunge il 141% contro il 117% del 1996.

Cresce il rapporto, sottolinea l'Istat, tra generazioni in età non attiva (minori fino a 14 anni e anziani di 65 anni e piu') e generazioni in età attiva (15-64 anni), che passa dal 46% al 51%. Il carico strutturale dei soli ultrasessantaquattrenni sulla popolazione in età attiva passa dal 25% al 30%. Speranze di vita.La stima della speranza di vita alla nascita per la prima volta nella storia, annuncia l'Istat, supera i 78 anni per gli uomini (78,3 anni), e raggiunge gli 84,0 anni per le donne, con una crescita di 0,5 e 0,6 anni, rispettivamente, in confronto al 2005. Un valore ben superiore alla media riscontrabile tra i Paesi dell'Ue (81,9 nel 2005), a testimonianza dell'elevato livello di longevità conseguito in ogni parte del Paese.

Nascite. Il confronto internazionale vede l'Italia ancora sotto la media dei Paesi dell'Ue (1,52 figli per donna nel 2005), ma soprattutto molto lontani da quelli di importanti Paesi europei, come Francia (1,94) o Regno Unito (1,77), naturali partner di confronto. La fecondità delle donne in Italia, con 1,32 figli ciascuna (stima 2005), è invece piuttosto in linea con Paesi come la Spagna e la Germania (1,34 per entrambi).


02/03/2006

Coop sociali: Istat, sono 6200 con 190mila occupati e 4,5 mld fatturato
di Francesco Agresti (f.agresti@vita.it)

Presentati questa mattina i dati della seconda rilevazione
6200 imprese attive con 190 mila occupati, 32mila volontari e un fatturato di 4,5 miliardi di euro. L' Istat ha reso noti questa mattina i dati del secondo censimento sulla cooperative sociale.

Rispetto ai risultati della rilevazione precedente, riferita al 2001, il numero delle coop sociali è cresciuto dell'11,7%. Le cooperative sociali attive al 31 dicembre 2003 sono 6.159, mentre ammontano a 875 quelle che, alla data di riferimento della rilevazione, non avevano ancora avviato l'attività o l'avevano sospesa temporaneamente.

A conferma della relativa novità del fenomeno, più del 60% delle cooperative sociali italiane è nato dopo il 1991. Nel 60,2% dei casi si tratta di cooperative che erogano servizi sociosanitari ed educativi (tipo A, 3.707 unità) e nel 32,1% di unità che si occupano di inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati (tipo B, 1.979 unità). Le cooperative ad oggetto misto (che svolgono sia attività di tipo A sia di tipo B) ed i consorzi sono molto meno numerosi: 249 le prime (4,0%) e 224 i secondi (3,6%).

Nelle cooperative sociali sono impiegati circa 190 mila lavoratori retribuiti (161 mila dipendenti e 28 mila lavoratori con contratto di collaborazione) e 32 mila non retribuiti (28 mila volontari e 4 mila obiettori di coscienza). Il 70% circa delle risorse umane è costituito da donne.

Dal punto di vista economico, le cooperative sociali registrano nel complesso circa 4,5 miliardi di euro di entrate. I valori non sono distribuiti omogeneamente tra le varie tipologie di cooperativa: a fronte di un valore medio della produzione di 720 mila euro, le cooperative di tipo A si attestano a circa 770 mila euro per unità, quelle di tipo B e ad oggetto misto a circa 473 mila euro, mentre i consorzi presentano un valore medio pari a circa 2 milioni di euro.

Tra le cooperative di tipo A il settore di attività relativamente più diffuso è l'assistenza sociale, il servizio più frequentemente offerto è l'assistenza domiciliare e la categoria di utenza privilegiata è costituita dai minori; tra le cooperative di tipo B, l'inserimento lavorativo riguarda soprattutto i disabili (invalidi fisici, psichici e sensoriali).


Impresa sociale: ecco le nuove regole

Il decreto legislativo sulla disciplina dell'impresa sociale (n. 155 del 26 marzo 2006) e' stato pubblicato nella Gazzetta ufficiale del 2/05/2006.
Lo riferisce il ministero del Welfare.

Con le nuove norme - emanate sulla base della legge del 13 giugno 2005 - tutte le organizzazioni private che esercitano stabilmente un'attività economica organizzata a fini di produzione o scambio di beni o servizi di utilità sociale, possono acquisire la qualifica di impresa sociale. Fra i criteri per definirsi tale, l'assenza di lucro. Come gia' previsto nella legge delega, le norme si applicano anche agli enti ecclesiastici e di confessioni religiose, con i quali lo stato ha stipulato accordi od intese.

L'applicazione delle norme in questo caso è limitata allo svolgimento di determinate attività e a condizione che per tali attività gli enti adottino un regolamento che recepisca le norme del nuovo decreto. Per i regolamenti aziendali o negli atti costitutivi, invece, il decreto stabilisce che devono essere previste forme di coinvolgimento dei lavoratori e dei destinatari delle attivita', ossia qualsiasi meccanismo mediante il quale lavoratori e destinatari delle attivita' possono esercitare un'influenza sulle decisioni che devono essere adottate nell'ambito dell'impresa. Il ministero del Welfare promuove attività di raccordo degli uffici competenti così da sviluppare azioni e attività di monitoraggio e di ricerca, oltre che funzioni ispettive.

L'esecutivo ha accolto i rilievi delle Camere.
Due le modifiche introdotte nel decreto legislativo sull'impresa sociale approvato dal consiglio dei ministri. rispetto al testo dello schema di decreto licenziato lo scorso 2 dicembre.

La prima inserisce all'articolo 1, comma 1, del decreto dopo le parole "tutte le organizzazioni private" le altre "ivi compresi gli enti di cui al libro V del codice civile", chiarendo così che possono essere imprese sociali anche tutte le forme di imprese for profit .

La seconda, invece, aggiunge, dopo il comma 1 dell'articolo 17, il seguente: "1-bis - L'articolo 10, comma 1, lettera f), del decreto legislativo 4 dicembre 1997, n. 460 s'interpreta nel senso che l'obbligo di devoluzione del patrimonio a fini di pubblica utilità si intende rispettato qualora il beneficiario sia un'organizzazione che esercita un'impresa sociale". Si tratta in questo caso, di un'interpretazione autentica volta a chiarire che la devoluzione del patrimonio da parte di una ONLUS in favore di un'organizzazione che esercita un'impresa sociale deve intendersi conforme al quadro normativo di riferimento, in quanto rientrerebbe nell'ipotesi di destinazione di un patrimonio a fini di pubblica utilità.


Il nuovo mutualismo

Nel 2006 cresca la domanda di mutualismo, con alcune istanze sociali che non trovano più risposta nello Stato.
Sembra una parola desueta, mutualismo, atta a raccontare la solidarietà tra gli operai dell'800. Invece, l'istanza di mutualismo sta tornando, poiché alcune domande sociali non trovano più risposta nello Stato. Con nuovi protagonisti e dinamiche.

Mutualismo interno
È la prima direttrice dell'intervento mutualistico, anche storicamente. Oggi, l'auto-organizzazione mutualistica di alcuni 'pezzi di paese' (come i 35mila dipendenti della rete Cgm, che hanno un reddito mensile medio di 850/900 euro) diventa la sfida del futuro: sono i primi che si auto-organizzano per dare risposte ai bisogni dei lavoratori non-standard (previdenza, sanità, reddito).

Welfare mix
L'ipermodernità costringe a ripensare il rapporto fra società e Stato e quindi anche lo Stato sociale. Nessuno Stato può oggi garantire l'universalismo del welfare, perché il bene comune per definizione non appartiene a nessuno, nemmeno allo Stato, così che lo possa distribuire. In questo senso il nuovo welfare dovrà essere un mix tra welfare state e welfare community, e avere un po' di Stato, un po' di mercato e un po' (tanto) di comunità.

Diversi
Il mutualismo oggi deve essere fra diversi. Storicamente la mutualità si è concretizzata fra uguali (operai, contadini, artigiani), ma oggi i bisogni non sono più settorializzabili e i soldi non garantiscono dal bisogno di assistenza. Per di più la flessibilità lavorativa sposta continuamente il nostro gruppo di appartenenza. Per questo il passo da fare è quello di mutualizzare i bisogni e di forzare a fare mutualismo fra loro anche i diversi soggetti che si occupano di mutualità.

Outcome
L'oggetto del nuovo welfare non è solo il reddito. Esistono altri capitali che stanno diventando sempre più fondamentali: quello culturale e quello sociale. Il welfare deve passare da una logica di output (efficienza) a una di outcome, che mira all'incremento del benessere della persona, anche in termini relazionali e del suo protagonismo (partecipazione, responsabilità, autonomie sociali).

Zone grigie
Sono la sfida del welfare di domani: coloro che non rientrano nelle categorie che hanno diritto a un sostegno dello Stato (bisogno conclamato) ma che tuttavia faticano a mantenere livelli di vita dignitosi e di piena inclusione. Sono le fasce dove la precarietà lavorativa si tramuta in precarietà esistenziale, quelle che ancora i soggetti storici del welfare (Stato e sindacato) dimenticano.

Reti sociali sostanziali
è evidente che qualsiasi programma pubblico di protezione non basta a rispondere alla domanda sociale, che esplicita soprattutto un 'bisogno di relazione', partendo da pensionati e anziani. Le Banche del tempo e i Filo d'argento sono due modalità per costruire reti sociali che non siano solo sulla carta.

Confidi
Organismi che facilitano l'accesso al credito delle piccole imprese agricole e artigiane. Sono 1.032 in Italia, hanno una bassissima percentuale di insolvenze e nel 2005 hanno intermediato 1 miliardo di euro, sono un modello da rilanciare: la loro conoscenza del territorio consente una valutazione molto precisa degli investimenti che danno più garanzie di innovazione e di affidabilità.

Agriasilo
Una delle tante forme di mutualismo messe in atto dagli agricoltori. Insieme ad essa ci sono i farm hospital, gli agricoltori ranger o pompieri, nonché quelli che mettono al servizio della pubblica utilità macchinari e competenze (neve, incendi, tutela ambientale).

Sussidiarietà
Il mutualismo tocca una sfera diversa da quella del diritto: quella degli interstizi della vita, a cui si parla con la solidarietà. Per questo non può imporsi dall'alto, ma è frutto di una buona sussidiarietà.